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Il paradosso dell’IA per i CEO: perché rallentare può essere il modo più rapido per vincere

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L’ultimo annuncio sui risultati finanziari di Meta ha offerto un’ulteriore indicazione delle somme straordinarie investite nell’intelligenza artificiale. A ottobre, l’azienda ha ristretto la previsione delle spese in conto capitale per il 2026 a un intervallo compreso tra 135 e 145 miliardi di dollari, alzando il limite inferiore di 5 miliardi di dollari, con le infrastrutture per l’IA come principale fattore trainante.

Eppure, solo pochi giorni prima, Meta e Apple avevano dimostrato che modelli di IA molto potenti potevano essere eseguiti localmente sui dispositivi Apple, offrendo potenzialmente alle aziende maggiore controllo e minore dipendenza dai costosi servizi basati sul cloud. Il contrasto è sorprendente. Gli investimenti accelerano, ma la tecnologia e l’economia dell’IA continuano a evolversi. Per la maggior parte dei dirigenti aziendali, la domanda di fondo è familiare: quanto dovremmo impegnarci oggi, se la tecnologia, i costi e il panorama competitivo di domani restano incerti?

Al centro del dibattito sull’IA c’è una contraddizione. Ci viene ripetuto continuamente che il rischio maggiore è muoversi troppo lentamente. Eppure, alcuni degli errori più gravi che un CEO potrebbe commettere potrebbero derivare da decisioni affrettate, difficili e costose da revocare.

Non è un invito a restare in disparte. Si tratta di distinguere tra muoversi rapidamente per imparare e muoversi rapidamente per prendere impegni. Non sono la stessa cosa.

La pressione a reagire è reale.

Ci si aspetta che l’IA trasformi la maggior parte dei settori. Non è ancora chiaro dove si manifesterà per primo il valore, quanto costerà ottenerlo e quali modelli di business verranno sconvolti.

Secondo l’Indice AI 2026 di Stanford, nel 2025 l’88% delle organizzazioni intervistate utilizzava l’IA in almeno una funzione aziendale. Ma l’adozione non equivale alla trasformazione. Le ricerche nel settore della consulenza evidenziano un divario persistente tra la sperimentazione dell’IA e il suo impatto sull’intera azienda. Molte organizzazioni stanno ottenendo aumenti di produttività e miglioramenti in singole funzioni o processi, ma sono relativamente poche quelle che hanno tradotto questi risultati in miglioramenti sostanziali e misurabili delle prestazioni complessive dell’azienda.

Un CEO può essere circondato da dimostrazioni di successo, dipendenti entusiasti e presentazioni impressionanti dei fornitori, e tuttavia faticare a rispondere a una semplice domanda del consiglio di amministrazione: che cosa è effettivamente cambiato nell’economia della nostra azienda?

Tutti hanno un’opinione. Ma non tutti hanno gli stessi incentivi.

Immaginate un CEO che si prepara ad approvare un importante investimento nell’IA. Il fornitore della tecnologia è convinto che la sua piattaforma possa realizzare il futuro. Il team tecnologico vuole risorse per sviluppare soluzioni. I responsabili aziendali vogliono un vantaggio competitivo. La funzione finanziaria vuole rendimenti credibili. Il consiglio di amministrazione vuole la certezza che la dirigenza non stia né restando indietro né mettendo a rischio il futuro dell’azienda.

La maggior parte agisce in buona fede. Ma ciascuno considera la decisione da una prospettiva diversa e i loro incentivi non sono allineati.

I confini tra la vendita di tecnologie e la consulenza sul loro utilizzo si stanno facendo sempre più sfumati. A maggio, OpenAI ha annunciato la creazione di una società di implementazione per aiutare le imprese a integrare l’IA nelle proprie attività, insieme a un accordo per acquisire Tomoro, azienda specializzata nell’IA applicata. Questa mossa mostra quanto sia difficile passare dalle dimostrazioni all’uso quotidiano dell’IA. Illustra anche perché chi acquista dovrebbe capire chi gli fornisce consulenza, chi si occupa dell’implementazione e chi trae vantaggio dalla tecnologia scelta.

I buoni fornitori hanno un grande valore. Ma neppure dai migliori ci si può aspettare che siano neutrali rispetto alla piattaforma scelta dal cliente, a quanto spende o al grado di dipendenza che sviluppa.

La responsabilità del CEO non è diffidare di tutti. È assicurarsi che prospettive diverse vengano messe alla prova prima di convergere in un’unica raccomandazione, apparentemente inevitabile.

Il problema di scommettere su un bersaglio mobile

Le decisioni di investimento tradizionali presuppongono una visione ragionevolmente stabile di ciò che si sta acquistando. L’IA mette in discussione questo presupposto. Le capacità migliorano, i prezzi cambiano e attività che un tempo richiedevano software specialistici possono ora essere svolte in modo diverso.

Ci sono già segnali di questo cambiamento: molte organizzazioni riferiscono di aver deciso di non acquistare prodotti software o nuove funzionalità perché gli strumenti di programmazione basati sull’IA hanno reso possibile sviluppare internamente le capacità necessarie.

Questo non significa che sviluppare internamente sia sempre meglio che acquistare. Significa che le alternative possono cambiare mentre la procedura di acquisto è ancora in corso.

I CEO devono chiedersi che cosa succederebbe se tra sei mesi si presentasse un’opzione migliore. L’azienda può cambiare modello o fornitore? Può trasferire i propri dati? Mantiene il controllo dei processi critici? Gli impegni commerciali sono commisurati alle evidenze, anziché all’ottimismo?

Un investimento ingente può comunque essere sensato. Ma dovrebbe essere una scommessa ponderata, fondata su presupposti chiari, non una reazione al comunicato stampa di un concorrente.

Rallentare la decisione, non l’apprendimento.

Una delle distinzioni più utili che un gruppo dirigente possa fare è quella tra decisioni reversibili e irreversibili.

Piccoli esperimenti, riprogettazioni mirate dei flussi di lavoro e sperimentazioni controllate possono procedere rapidamente. Mostrano dove i dipendenti risparmiano tempo, dove i clienti ne traggono vantaggio e dove la tecnologia non funziona. Portano inoltre alla luce problemi meno appariscenti: dati scadenti, responsabilità poco chiare, problemi di sicurezza e processi che nessuno mette in discussione da anni.

Gli impegni di ampia portata verso le piattaforme, gli accordi di esternalizzazione, le ristrutturazioni e la rimozione di controlli umani fondamentali meritano un esame più attento. Le loro conseguenze potrebbero durare più a lungo delle ipotesi sulla tecnologia su cui si basano.

È qui che rallentare può rendere più rapida un’organizzazione. Dedicare settimane a mettere in luce ipotesi fragili può evitare anni di lavoro per attuare la soluzione sbagliata. Allo stesso modo, consentire ai team di sperimentare entro limiti ragionevoli può insegnare a un CEO più di quanto farebbe l’attesa di una strategia aziendale perfetta.

Le ricerche di McKinsey suggeriscono che le organizzazioni con i risultati migliori hanno maggiori probabilità di riprogettare i flussi di lavoro e perseguire crescita e innovazione insieme all’efficienza. Si tratta tanto di una sfida manageriale quanto di una sfida tecnologica.

Cosa deve sapere il consiglio di amministrazione

Ai consigli di amministrazione viene chiesto di sostenere decisioni dalle conseguenze rilevanti, in situazioni in cui nemmeno i dirigenti più esperti possono affermare di sapere come andrà a finire ogni cosa. Pretendere certezze è irrealistico. Accettare l’entusiasmo al posto delle prove è altrettanto poco utile.

Una conversazione più proficua in seno al consiglio parte da domande concrete. Quale problema stiamo cercando di risolvere? Quali prove supportano i rendimenti attesi? Quali ipotesi potrebbero rivelarsi errate? Che cosa possiamo imparare prima di investire altro capitale? Che cosa ci indurrebbe a fermarci o a cambiare direzione?

La conversazione deve includere anche le persone. Quali attività cambieranno? Quali dipendenti avranno bisogno di nuove competenze? Chi resta responsabile quando l’IA formula una raccomandazione o intraprende un’azione? Che cosa sperimenteranno concretamente i clienti?

I consigli di amministrazione non devono trasformarsi in gruppi composti interamente da ingegneri IA. Devono avere competenze sufficienti e l’indipendenza necessaria per sottoporre costruttivamente a verifica l’operato della dirigenza. I CEO, a loro volta, hanno bisogno di consigli capaci di distinguere tra un esperimento gestito bene che fallisce e un investimento esaminato male che riesce per fortuna.

I consigli che i CEO dovrebbero apprezzare di più

Ai dirigenti non mancano certo le occasioni per avvalersi di competenze in materia di IA. Gli specialisti tecnici sono essenziali. Ma la competenza tecnologica non equivale alla capacità di giudicare con lucidità le scelte strategiche di un’azienda.

Il consulente più prezioso potrebbe essere quello disposto a porre una domanda scomoda quando tutti gli altri vogliono andare avanti. Perché stiamo cercando di risolvere questo problema? Che cosa stiamo dando per scontato riguardo ai clienti? Stiamo riprogettando il lavoro o automatizzando un processo inefficiente? Che cosa faremmo se fossero soldi nostri?

Dare buoni consigli richiede anche la sicurezza necessaria per dire: «Ancora non lo sappiamo». Questa ammissione dovrebbe avviare un percorso rigoroso per scoprirlo, non portare alla paralisi.

Un consulente che riunisce voci discordanti, porta alla luce i compromessi da affrontare e aiuta i dirigenti a decidere nell’incertezza offre qualcosa di diverso da un’ennesima previsione sul rilascio del prossimo modello.

C’è un’ironia in tutto questo. Man mano che l’IA rende più facile produrre analisi, presentazioni e informazioni tecniche, potrebbe aumentare il valore attribuito alle decisioni umane. Ascoltare, porre domande, comprendere le dinamiche politiche dell’organizzazione e instaurare un rapporto di fiducia all’interno di un gruppo dirigente diviso diventano attività più importanti, non meno.

La vera corsa

Ogni CEO sa che restare fermi comporta dei rischi. I concorrenti imparano. I dipendenti sperimentano. Le aspettative dei clienti cambiano. La soluzione non è rallentare ogni cosa.

La soluzione è procedere rapidamente quando la velocità favorisce l’apprendimento, mantenere la disciplina quando le decisioni comportano impegni a lungo termine e riconoscere la differenza.

La prossima volta che una proposta sull’IA arriva al comitato esecutivo, forse la domanda più utile non è «Con quanta rapidità possiamo approvarla?», bensì «Che cosa dobbiamo capire prima di impegnarci e quanto rapidamente possiamo scoprirlo?».

In un mercato che premia l’apparenza dell’urgenza, il CEO che lascia spazio a un confronto autentico potrebbe, alla fine, fare più strada e procedere più rapidamente di chi non si ferma mai a mettere in discussione la direzione.

Neil Plumridge aiuta da oltre 30 anni leader e organizzazioni a trovare chiarezza, crescita e senso in contesti complessi e in continua evoluzione. La sua carriera nella consulenza lo ha portato in più di 20 Paesi, dove ha collaborato con alcune delle più grandi aziende e istituzioni pubbliche del mondo per realizzare trasformazioni e risultati duraturi.

Già socio senior di Kearney, EY e PwC, Neil ha fatto parte dei gruppi dirigenti locali e globali, contribuendo a definire la strategia delle società, a creare team altamente performanti e ad affiancare centinaia di soci e direttori per aiutarli a operare ai massimi livelli. Tra sale riunioni dei consigli di amministrazione, sedi dei clienti e lunghi voli dall’una all’altra, ha imparato che il successo duraturo nella consulenza non si fonda solo sulle idee, ma anche sulle abitudini quotidiane che nel tempo alimentano fiducia, crescita e relazioni con i clienti.

Neil ha studiato in Australia presso Swinburne University of Technology e negli Stati Uniti presso Emory University e Harvard Business School, dove hanno iniziato a intrecciarsi il suo interesse per la leadership, le scienze comportamentali e le prestazioni.

Oggi divide il suo tempo tra la consulenza ai dirigenti e la gestione di programmi di sviluppo professionale per società di consulenza di tutto il mondo. Noto per il suo modo concreto di raccontare e per la sua saggezza pragmatica, Neil unisce strategia e realtà, aiutando consulenti e leader a ottenere un impatto maggiore, un’abitudine intenzionale alla volta.

La carriera di Robert Nason nella consulenza lo ha portato in più di 30 paesi e gli ha permesso di ricoprire ruoli dirigenziali di alto livello presso KPMG, PwC e Kearney. È stato il partner globale con i migliori risultati in ciascuna di queste 3 società, ma nel 2004 ha lasciato il settore per passare al mondo aziendale. Ha ricoperto ruoli dirigenziali di alto livello in aziende impegnate in importanti processi di trasformazione: presso EDS negli Stati Uniti, presso Tabcorp e Telstra in Australia, come CEO e membro del consiglio di amministrazione di Maxis Communications in Malaysia e come presidente di Foxtel, leader della pay TV in Australia. Da 10 anni è consulente globale di Kearney e si dedica anche alla propria attività di consulenza, al servizio di clienti privati e di società di servizi professionali in tutto il mondo.

Robert ha lasciato la scuola a 16 anni e ha completato gli studi seguendo corsi part-time. È passato alla consulenza dopo una brillante carriera nel settore pubblico e si è rapidamente adattato al mondo dei servizi professionali. Riconosciuto come una persona «pratica e perspicace» e attenta alle esigenze dei clienti, ha scalato rapidamente i ranghi della consulenza, specializzandosi nei settori delle telecomunicazioni e dei media e assumendo ruoli di leadership a livello locale, regionale e globale. Nei suoi ruoli dirigenziali ha supervisionato spese per consulenze superiori a 700 milioni di dollari USA e ha collaborato con molte delle principali società di consulenza a livello globale.